


Conosciamo questo grosso fastidio anche come gomito del tennista. In realtà, nella mia più che trentennale esperienza come fisiatra, ho visto epicondiliti tanto nei tennisti che in chi non pratica questo sport.
L’epicondilo è una sporgenza ossea sul gomito, una delle due, perché’ sul latto opposto c’è l’epitroclea, che è responsabile delle epitrocleiti, meno frequenti delle epicondiliti. Su questa sporgenza si inseriscono molti muscoli tutti piuttosto potenti, che danno movimento principalmente alla mano.
La notevole forza applicata su un piccolo punto determina nel tempo, per sforzi ripetuti o per singoli sovraccarichi, uno stato su sofferenza dell’epicondilo, o meglio di un tessuto sottile che lo avvolge e che si chiama entesio (tecnicamente l’epicondilite è un’entesite). Dai piani superficiali poi l’infiammazione di estende all’osso, determinandone un edema o, nei casi estremi, una necrosi.
L’epicondilite può passare spontaneamente nei primi giorni o nelle prime settimane col solo riposo o l’applicazione di un pressore che si acquista nelle Sanitarie. Trascorso un lasso di tempo maggiore, però, è mia esperienza che senza un approccio fisioterapico difficilmente passerà. Ho trattato casi che si pertraevano per anni.
Il fisiatra è il medico che prescrive la fisioterapia, la prima cosa che verificherà è se prevale la contrattura muscolare o l’infiammazione dell’epicondilo, valuterà la mobilità del gomito, e quindi prescriverà una terapia antiflogistica a livello di epicondilo (laser, Tecar) o una terapia manuale miofasciale sulla muscolatura interessata. Nei casi in cui si presentasse una necrosi, purtroppo spesso è necessario inviare il paziente all’ortopedico per valutare l’intervento chirurgico.
Da evitare le infiltrazioni corticosteroidee in quanto spesso risolvono il problema solo temporaneamente e danno una falsa sensazione di benessere per cui il paziente inconsapevolmente sforza di più il gomito.
Dott. Paolo Tamaro